27 April 2026

 Sotto la Toscana...

Da "Domani" del 27/04/2026

 

Una ricerca pubblicata su Nature rivela che nelle profondità della crosta terrestre toscana giacciono oltre 5.000 chilometri cubi di roccia fusa. È la spiegazione del calore anomalo che alimenta le centrali geotermiche di Larderello — ma solleva anche una domanda inquietante: perché non è mai esploso? 

Più di 5.000 chilometri cubi, per capirci, è un volume paragonabile al serbatoio magmatico che sta sotto il supervulcano di Yellowstone, negli Stati Uniti, o sotto la caldera di Taupo in Nuova Zelanda, sistemi noti per aver generato eruzioni catastrofiche nella storia della Terra. 

(...) I ricercatori hanno piazzato una rete di 63 sismografi in tutta la Toscana meridionale, ascoltando per mesi il "rumore" che la Terra produce naturalmente. Analizzando il modo in cui queste onde si propagano nel sottosuolo, hanno potuto ricostruire la struttura interna della crosta terrestre fino a 15 chilometri di profondità. Il risultato è sorprendente. Sotto la zona di Larderello e del monte Amiata, le onde sismiche rallentano in modo drastico: un segnale inequivocabile della presenza di materiale fuso. Il nucleo di questa sacca ha una frazione liquida superiore all'80 per cento, circondato da un guscio di "magma cristallizzato" – una specie di poltiglia solido-liquida – per altri 5.000 chilometri cubi.

Il mistero del calore

Larderello - impianti geo termici

Da oltre un secolo, Larderello è sinonimo di energia geotermica. Fu qui che nel 1904 si accesero le prime lampadine al mondo alimentate dal calore della Terra, e ancora oggi le centrali geotermiche toscane producono circa il 30 per cento del fabbisogno elettrico della Toscana. Ma l'origine di quel calore mostruoso non era mai stata spiegata in modo definitivo. Un pozzo sperimentale, il Venelle-2, aveva già perforato fino a 2,8 chilometri trovando temperature di oltre 500 gradi e pressioni enormi. Quella era la "cupola" dell'intero sistema. Ora sappiamo cosa c'è sotto.

La domanda che rimbalza tra i geologi è però un'altra: perché tutta questa roccia fusa non ha mai eruttato? I supervulcani come Yellowstone hanno lasciato nel paesaggio le cicatrici di eruzioni devastanti. Qui, invece, niente. L'unica attività vulcanica riconosciuta nella zona risale al monte Amiata, spento da 200-300mila anni, e fu di modeste dimensioni. 

(...) È un magma estremamente viscoso, quasi denso come il catrame, che fatica a risalire in superficie. Anziché eruttare, tende ad accumularsi, a solidificarsi lentamente e a formare graniti profondi. In un certo senso, costruisce da solo il suo tappo. Questo magma viscoso, però, riscalda e pressurizza i fluidi acquosi soprastanti fino a trasformarli in vapore a condizioni "supercritiche" — uno stato della materia né liquido né gassoso — che poi risale verso la superficie alimentando sorgenti termali, fumarole e, appunto, le centrali geotermiche. 

Lo studio mette in luce qualcosa di filosoficamente imbarazzante per i geologi: da un punto di vista fisico, il sistema sotterraneo di Larderello è praticamente della materia né liquido né gassoso — che poi risale verso la superficie alimentando sorgenti termali, fumarole e, appunto, le centrali geotermiche. 


 

(...) A Larderello non c'è mai stata un'eruzione documentata. Questo fa del sistema toscano qualcosa di rarissimo: un "supervulcano silenzioso". Gli autori dello studio sono prudenti: non parlano di pericolo imminente, ma sottolineano che capire questo sistema può aiutare a interpretare meglio l'evoluzione a lungo termine di tutti i grandi sistemi magmatici del pianeta — compresi quelli che, a differenza di Larderello, hanno già eruttato in passato e potrebbero farlo di nuovo.

 

Testo dall'articolo citato

Foto di G. Scotto di Clemente 

 

28 January 2026

 Da "Scrivere di scienza"

 di Daniele Gouthier - Codice Edizioni

 

La strada per la saggezza?

È diretta e semplice da esprimere:

sbagliare

e sbagliare

e sbagliare,

ma di meno

e di meno

e di meno 

 

Piet Hein, matematico, inventore, poeta e scienziato danese 

08 December 2025

 Escher...ancora...

 

Da "Robinson" - 7/12/2025

...Escher era consapevole,  che «il bisogno di semplificazione e ordine ci guida lungo la nostra strada e ci ispira in mezzo al caos». E aggiungeva: «l'ordine è ripetizione delle unità; il caos è molteplicità senza ritmo». Con molta fatica, e immaginazione, aveva cercato, e quindi trovato, dentro il caos la ripetizione, dando forma a immagini in cui il caos originario c'è sempre, e tuttavia è ancorato in modo formidabile alla ripetizione medesima: un ordine di reiterazioni che non sopprime il disordine ma se ne avvantaggia, dominandolo. 

...All'oscuro di matematica e geometria,.. Escher si dimostra un maestro di iperbolica, traendo in inganno anche i matematici più esperti. Che risultato per uno che a scuola era stato bocciato per due volte e che aveva faticato a trovare un mestiere cui dedicarsi per vivere! 

«Il grafico – scrive – è come il merlo che canta sulla cima dell'albero. Ripete più volte la sua canzone, tutta intera a ogni esecuzione», alludendo alla stampa e ristampa delle sue creazioni, che cominciò a vendere solo dopo il 1956. 

La sua è un'opera che scandaglia l'inconscio di chi guarda, suggerendo la sensazione che non siamo solo noi a guardare il disegno, ma che il disegno stesso ci osserva. Il segreto, per citare Ortega y Gassett, è che la matematica, quella intuitiva e visiva di Escher, scaturisce dalla poesia e presuppone l'immaginazione. 

...Noi non conosciamo lo spazio, ribadisce: «Non lo vediamo, non lo ascoltiamo, non lo sentiamo. Siamo in mezzo a esso, ne facciamo parte, ma non ne sappiamo nulla». Forse è per questo che Escher ha voluto esplorare con i suoi strumenti lo spazio bidimensionale del foglio, aprendolo a una visione ricorsiva, insistita e replicata, che ci permette di vedere spazi altri, spesso assurdi e impraticabili, a quattro o più dimensioni, iperbolici che si possono abitare solo con la creatività e con il pensiero generando in modo paradossale un'emozione che nasce dallo stupore, fonte di conoscenza e insieme di piacere. 

Escher a scuola...

21 October 2025

 La conoscenza scientifica alla base della democrazia

 

Da "Il Sole 24 ore" - 21/10/2025
 
...Anche la scienza si regge su questo principio: nessuno può essere esperto di tutto. La conoscenza scientifica procede come una catena di montaggio ben oliata, fondata su una divisione del lavoro epistemico. Per questo abbiamo bisogno degli scienziati – quelli veri. Ma ancora di più, abbiamo bisogno di strumenti per riconoscerli. Serve cioè un’educazione civica epistemica: la capacità di orientarsi in un ecosistema informativo troppo rumoroso, affollato e spesso inquinato. Di distinguere una fonte affidabile da una voce autoreferenziale, il consenso della comunità scientifica da un’opinione individuale, un argomento fondato su prove da uno gonfiato di retorica, propaganda o pregiudizi. 
(...) Anche la scienza si regge su questo principio: nessuno può essere esperto di tutto. La conoscenza scientifica procede come una catena di montaggio ben oliata, fondata su una divisione del lavoro epistemico. Per questo abbiamo bisogno degli scienziati – quelli veri. Ma ancora di più, abbiamo bisogno di strumenti per riconoscerli.
Serve cioè un’educazione civica epistemica: la capacità di orientarsi in un ecosistema informativo troppo rumoroso, affollato e spesso inquinato. Di distinguere una fonte affidabile da una voce autoreferenziale, il consenso della comunità scientifica da un’opinione individuale, un argomento fondato su prove da uno gonfiato di retorica, propaganda o pregiudizi. 
(...) La scienza è considerata credibile finché ci consente di comprendere la realtà, agire in modo efficace, formulare previsioni quanto più accurate possibile. Ma resta sempre pronta a essere aggiustata – o rivoluzionata – se emergono nuove evidenze.
Non è la pretesa di infallibilità, ma la disponibilità a essere confutata e a cambiare idea, che la rende il miglior strumento conoscitivo di cui disponiamo. Difendere la scienza non vuol dire mitizzare gli scienziati. Non ci fidiamo della scienza perché i suoi protagonisti siano più saggi o moralmente superiori; ma perché è concepita per progredire nonostante gli errori, i pregiudizi e la naturale fallibilità di chi la pratica.
La sua affidabilità non deriva dalla purezza delle intenzioni individuali, ma dalla critica tra pari, dal confronto pubblico delle prove e dalla replicabilità dei risultati.
Non si tratta di credere ciecamente a singole persone, ma di riconoscere il valore di un sistema collettivo, organizzato per individuare e correggere gli errori.
A rendere possibile tutto questo sono le istituzioni preposte allo scopo: università, centri di ricerca, accademie, enti pubblici di valutazione, riviste scientifiche e procedure di peer review
(...) Ma quando il consenso è ampio, robusto e ben sedimentato – come nel caso della causa antropica del cambiamento climatico – dare spazio pubblico al dubbio o a teorie alternative non è apertura intellettuale o un esercizio democratico: è disinformazione. Le tesi negazioniste climatiche non sono nuove. Sono già state analizzate, discusse, smentite e archiviate dalla comunità scientifica. Chi le rilancia oggi non partecipa al dibattito scientifico. In questi casi, il dubbio non è lo slancio sincero del ricercatore, ma lo strumento tattico del lobbista o il travestimento pseudoscientifico di un ciarlatano

31 August 2025

Scuola difficile?

 

Da "La Repubblica" - 31/08/2025
 
Qualche punto da condividere...
 
La scuola facile, si dice, penalizza soprattutto le persone più svantaggiate che avranno, se lo avranno, un diploma di serie B. Lo dicono intellettuali di destra ma anche di sinistra, lo dicono personalità politiche, docenti universitari.(...)
 E quando si cerca di capire cosa si intenda per scuola difficile la risposta è quella più ovvia: maggiore durezza nelle valutazioni, più compiti a casa, più selezione, più bocciature. Del resto, è la vita stessa che lo chiede: non è un pranzo di gala, occorre impararlo presto, fin dai banchi di scuola. 
 
(...) È chiaro che la parola “difficile” è usata non nel suo primo significato: “non facile, che richiede quindi sforzo, fatica, attenzione, abilità”, bensì nel secondo, riportato dal vocabolario: “penoso, critico”.
Sarebbe meglio essere esatti, allora, essere onesti, e dire le cose come stanno: chi vuole una scuola “difficile” ovvero con più compiti e bocciature, vuole in realtà una scuola penosa, dolorosa, lacrimevole, miseranda, triste. 
La parola ad Antonio Gramsci...
(...) Scritte fra le mura del carcere quanto emozionano ancora oggi le lettere ai figli nelle quali rievoca la sua educazione nei campi, e quelle alla sorella a parlare del sardo e della necessità di usare quella lingua come palestra di immaginazione. E quando, sui Quaderni, anch’essi compilati nella prigione fascista, individua nell’attivismo un nodo problematico da sciogliere, e nello sforzo un essenziale strumento educativo, sappiamo bene di cosa sta parlando: la figura dell’insegnante non può scomparire, illaissez faire non funziona. «Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza». Istruitevi, agitatevi, organizzatevi. 
(...) Dunque, sì alla scuola difficile, che impegna, che fa sforzare. No, un no deciso alla scuola triste.
(...)
 
Una scuola difficile è una scuola lenta, profonda. È una scuola in cui il numero di pagine diminuisce, ma ogni pagina è una finestra per entrare in un mondo. Ed è una scuola in cui non esistono il docente, lo studente e il manuale, ma c’è una intera comunità che cerca il sapere confrontandosi. Una scuola difficile non è una scuola in cui il docente alza l’asticella per far sì che un maggior numero di studenti non riesca a saltarla. Quella è una scuola stronza, e non serve a nessuno. Una scuola difficile è tale in primo luogo per il docente, che dovrà lasciar perdere la cattedra, il manuale, la rassicurante routine, e impegnarsi in un lavoro quotidiano di scavo che richiederà tutta la sua cultura, ma anche tutta la sua passione». Istruiamoci, agitiamoci, organizziamoci. È difficile, mane vale la pena. 
 
 

28 June 2025

 Retrocrazia

Una decina di giorni fa avevo accennato qui alla piccola e ammirevole Estonia, solitaria coi suoi smartphone a scuola, mentre il resto d'Europa, Italia in testa, si avvia a proibirli. Ora la ministra dell'Istruzione estone, Kristina Kallas, ha annunciato che a settembre ogni studente avrà un account per accedere all'intelligenza artificiale. I ragazzi dovranno usarla per svolgere alcuni compiti, affinché imparino a conoscerla, a maneggiarla, a individuarne le potenzialità e i limiti, anche a correggerla. È la stessa idea su cui si è basata la didattica con lo smartphone, che la ministra spiega così: "Non vogliamo escludere gli smartphone dall'apprendimento, perché fanno parte della vita quotidiana". Poi ci sono anche i libri, i quaderni e le biro, ma "come possiamo avviare l'alfabetizzazione mediatica senza i telefoni?", dice ancora Kallas. E in quale luogo meglio della scuola, insiste, si può insegnare a distinguere un sito affidabile da uno no, una notizia vera da una falsa, le opportunità e i rischi della vita online? 


Progetto SMILe 2007/08 - Estonia

 Certo, in Estonia maestri e professoresse sono preparati: già nel 1997 (ventotto anni fa!) ogni classe aveva il computer e la connessione a internet. E oggi gli studenti estoni sono i migliori d'Europa in matematica, scienze e materie creative, mentre il loro è il paese più tecnologico del continente, col 70 per cento del Pil che viene dal digitale, col maggior tasso di start up per numero di abitanti, dove sul telefonino si vota in trenta secondi e si pagano le tasse in quattro minuti. Noi invece siamo un paese di vecchi paurosi che tira su una generazione di analfabeti destinati al declino.

Contributo da "La Stampa" - 28/06/2025

Il Progetto SMILe 

 

25 June 2025

 La Tavola Periodica degli Elementi e la Sostenibilità

 

In seguito ai workshop scientifici EuChemS sull'azoto (2022) e sul fosforo (2023), la tavola periodica EuChemS è stata ulteriormente aggiornata e integrata. Un nuovo colore (rosso profondo) è stato introdotto per azoto, fosforo e carbonio. Questo colore evidenzia il ribaltamento dei cicli biogeochimici di questi elementi, che sta gravemente influenzando la biosfera. In effetti, il massiccio rilascio di CO 2 – così come dell’azoto e del fosforo nel suolo e nei corpi idrici – ha già ampiamente superato i cosiddetti confini planetari. Il colore rosso, precedentemente inserito per il carbonio, è stato rimosso perché l’impegno globale di allontanamento dai combustibili fossili entro il 2050, firmato alla COP 28 di Dubai, certifica che, dal punto di vista temporale, il problema con i combustibili fossili non è più la sua disponibilità.
Per motivi di chiarezza, la leggenda contiene ora due gruppi di colori, legati alla disponibilità e alla sostenibilità. Inoltre, l'icona raffigurata in elementi che compongono gli smartphone è stata resa più evidente
 
 

 

04 March 2025

 L'intelligenza delle piante

 

Da "Il Corriere della Sera" - 04/03/2025
 
«Se riuscissimo a trasformare i segnali chimici in parole, in un bosco sentiremmo un grande chiacchiericcio. Le piante non parlano e non sono “intelligenti” nel senso che diamo a questi termini, ma hanno comunicazioni non verbali senza avere un cervello e un sistema nervoso», spiega Umberto Castiello, professore di neuroscienze cognitive al dipartimento di Psicologia dell’università di Padova e direttore di Mind the Plant, laboratorio dove si studia il comportamento e la comunicazione delle piante, autore di La mente delle piante, introduzione alla psicologia vegetale.
(...)
Foresta del Cansiglio

«Ora tutti hanno capito che questi studi pionieristici hanno solide basi scientifiche verificabili», dice Castiello. «Nel laboratorio di Padova, unico al mondo, studiamo le piante e il loro comportamento con tecniche che ci consentono di correlare vari segnali: il movimento in 3D, i potenziali elettrici e le molecole chimiche che emettono ». Recenti studi ribaltano completamente l’immagine che abbiamo delle piante. È un salto culturale enorme, perché siamo abituati da sempre a considerare i vegetali solo
in termini di utilità e fonte di cibo. Soprattutto perché non si muovono e «non emettono suoni». Le piante comunicano invece tra di loro: diffondono molecole che possono essere considerate come le lettere dell’alfabeto. Ma cosa si «dicono»? «Per esempio comunicano uno stato di stress perché attaccate da un parassita, dalla siccità o da un erbivoro». Le piante agiscono in maniera cooperativa. Questo tipo di comunicazione è essenziale per la loro vita individuale e come comunità.
«Studiando la pianta rampicante del pisello», prosegue il professore, «abbiamo dimostrato che non si muove a caso, ma programma il movimento verso il supporto. Il modo di attaccarsi è diverso a seconda del tipo di supporto, esattamente come noi cambiamo il movimento della nostra mano a seconda dell’oggetto che dobbiamo afferrare. 
(...)
«Gli alieni sono già tra noi: sono le piante», dice Castiello. «Sono vive, percepiscono l’ambiente che le circonda, “parlano” e inviano messaggi. Dobbiamo cambiare il nostro modo di considerarle, se no non
riusciremo mai a capire la complessità di questi esseri viventi che compongono il 90% della biomassa terrestre». 

Foto di G. Scotto d Clemente

14 February 2025

 

L’intelligenza artificiale dopo l’irruzione di DeepSeek

 

 La nascita e la succesiva esplosione di interesse mediatico attorno a DeepSeek, dimostra che è possibile costrire una piattaforma di Intelligenza Artificiale, efficiente, senza passare attraverso i monopoli oligarchici americani...
 
L'articolo completo 
 
Vignetta di Giovanna B. - Laboratorio con il Logo (1993)

 

06 December 2024

 Cristina Roccati la donna che «osò» studiare fisica

 

 Da il "Corriere del Veneto (Treviso e Belluno) · 06 dic 2024"

Cristina Roccati, giovane e coraggiosa amante delle scienze esatte, in vita fu una pioniera che dedicò la sua vita allo studio, trasportando nella provincia veneta l’allora nascente scienza newtoniana. Nasce a Rovigo nel 1732 ma, sostenuta dal padre e animata dal fervore dell’età dei Lumi, così come dal suo grande amore per la fisica, prende presto il volo per diventare la terza donna a laurearsi al mondo. 
 
Rovigo oggi ricorda questa importante rodigina con la mostra «Cristina Roccati. La donna che “osò” studiare Fisica» che si terrà a Palazzo Roncale da oggi fino al 21 aprile 2025.
 
(...) Studentessa «fuori sede», raggiunse la meta a soli 19 anni...frequenta le lezioni all’Università di Bologna, unica studente donna non ancora diciottenne. ...qualche anno dopo, viene nominata Principe dell’Accademia dei Concordi di Rovigo: unica figura femminile a ricevere questo incarico.
La sua vita trascorre tra Bologna, Padova e la sua città natale. La vicenda personale e l’opera di Cristina si collocano sullo sfondo dell’illuminismo, del fermento dei salotti e dei caffè letterari. Ma anche della passione per la fisica sperimentale, della diffusione delle teorie di Isaac Newton e della meravigliosa scoperta dell’elettricità. «Come per Celebrata in gioventù e poi velocemente dimenticata la storia della «Virgo rodigina» apre anche uno spaccato sulla scienza e sul ruolo che vi svolsero le donne. 
 

A Rovigo suscitò infatti molto scalpore che una ragazza di appena 15 anni partisse per Bologna per studiare all’Università. Ancora più incomprensibile risultò l’oggetto dei suoi studi: materie che esulavano dalle strette competenze riservate alle donne. Anche se si era nel secolo dei Lumi, le università continuavano a essere palestra esclusiva per maschi benestanti. Al mondo, solo due donne avevano all’epoca raggiunto la laurea: Elena Cornaro Piscopia e Laura Bassi, la prima all’Università di Padova, la seconda nell’Ateneo bolognese. Cristina giunse a Bologna per studiare logica, filosofia, meteorologia, geometria e fisica. Fu la prima studentessa “fuori sede” della storia. Il padre, con
una decisione controcorrente, aveva infatti puntato su di lei anziché sul fratello. La Roccati si laureò nel 1751, appena diciannovenne, e l’anno successivo si trasferì a Padova per continuare la sua formazione con lo studio dell’astronomia e della fisica di Newton.
Costretta a lasciare Padova già nel 1752 a causa dello scandalo finanziario in cui era stato
coinvolto il padre, Roccati si dedicò all’insegnamento della fisica nella sua città natale, rivolgendosi ai membri dell’Accademia dei Concordi che nel 1754 la nominarono loro «Principe». A lei il maestro Matteo Massagrande regala un ritratto che trae ispirazione dall’avvincente vita di questa pioniera. Restituendo così alla storia anche il suo volto: minuto ma dagli occhi grandi e volitivi.

25 November 2024

 

Per le prossime generazioni...


 
(...)L’interesse delle nuove generazioni si tutela anche, se non soprattutto, rendendole consapevoli della crisi ambientale, della sua origine e dei possibili rimedi, perché dovranno dare vita ad una società in armonia con la natura che, come la comunità scientifica sostiene da tempo, deve essere basata su un nuovo modello economico e culturale, essendo quello attuale la causa prima della crisi che stiamo vivendo.
È quindi centrale, in questa prospettiva, l’educazione ambientale.
How climate change mitigation and adaptation can save our world from it's impending crisis
 
(...)Una generazione che abbia piena coscienza della necessità di abbandonare senza ritardi e a qualsiasi costo l’uso dei combustibili fossili è un serissimo pericolo per chi li produce e commercializza. Così aziende come Eni e Liquigas, entrano a gamba tesa nell’educazione ambientale, offrendo assistenza gratuita alla scuola pubblica sotto forma di seminari, documentazione, strumenti didattici vari. 
(...)si vede che l’impiego di fonti fossili non viene mai messo in discussione – è come la terra che gira intorno al sole, un fatto ineluttabile – e il messaggio è che siamo stati noi, con i nostri comportamenti, i colpevoli, e a noi tocca essere più responsabili, dobbiamo smetterla di essere spreconi. Da qui tutti i consigli per consumare meno energia. Consigli giusti, naturalmente, ma di chi ci induce allo spreco non una parola; non una parola su cosa dovrebbero fare loro, le aziende del fossile, per ridurre le emissioni da loro causate. Non possono certo dire la verità, cioè che pur essendoci un accordo internazionale sulla necessità di arrivare al 2050 nella condizione emissioni zero, cioè fossili bruciate zero, le compagnie Oil&Gas continuano a investire senza sosta per trovare e sfruttare nuovi giacimenti.
(...)si trova una stonatura: un multimediale in cui si spiega come la CO2 si possa sotterrare, invece di mandarla in atmosfera, e così il problema è risolto. Si parlasse anche di impianti geotermici, di sistemi di accumulo dell’energia, o altri sistemi tecnologici potrebbe essere giustificato il calarsi in una specifica tecnologia, sulla cui validità e sicurezza si nutrono forti dubbi. Però, si capisce, i giovani vanno abituati subito al fatto che i combustibili fossili si possono continuare a bruciare, tanto poi la CO2 si sotterra.
(...)“La grande cecità” è stata definita quella di continuare a sostenere l’attuale modello economico e culturale, e in questa cecità si vogliono mantenere le nuove generazioni, abbandonandoli a un futuro sempre più dominato da alluvioni, siccità, ondate di calore, fame.


02 November 2024

 Il cubo di Rubik ha 50 anni...


Da "La Stampa" - 2/11/2024

...Rubik, architetto influenzato da Le Corbusier, professore, designer, eroe nazionale ungherese, cinquant'anni fa ha inventato - ma lui dice "scoperto" - il Cubo magico, il Cubo di Rubik per l'appunto, che è stato maneggiato (anche se non risolto) da almeno da una persona su sette in tutto il mondo. Un successo planetario e insieme una fonte di frustrazione globale. «Il Cubo è una metafora esistenziale e sociale».
Professore, allora partiamo subito da qui: in che modo un cubo di plastica può essere la
metafora della vita?
(...) «È così. Il Cubo, così come la vita, è una storia molto colorata e piena di possibilità, almeno per la maggior parte delle persone. A volte non succede nulla, oppure succedono troppe cose, a volte sono belle, altre tragiche. La vita è un mondo in potenza, con tante facce colorate, la cui combinazione dipende da te. È un tentativo. Guardiamo il Cubo che ho sulla mia scrivania: una faccia è di un solo colore, le altre sono un caos. Ma tutto può cambiare molto rapidamente, come la vita. Se hai un'idea e sei abbastanza deciso da andare avanti, a non mollare, dopo un po' di tempo, a volte giorni, a volte anni, raggiungi il tuo obiettivo
qualsiasi esso sia. Il cubo ti insegna a rimanere curioso e a lottare per raggiungerlo».

(...)
Lo scienziato cognitivo Douglas Hofstadter nel 1981 ha scritto che il Cubo «è un'ingegnosa invenzione meccanica, un passatempo, uno strumento di apprendimento, una fonte di metafore, un'ispirazione». Crede che il successo planetario che dura da 50 anni dipenda anche dal fatto che il Cubo sia un'astrazione più o meno universale? «Sì, credo che parte del suo successo derivi dal fatto che è universale, non ha una lingua. È solo un'astrazione condivisibile dall'umanità. Chiunque, bambini o adulti, può giocarci, a prescindere dalla nazionalità, dal livello di istruzione. Trovo però difficile arrivare a una definizione precisa di quale sia il potere del Cubo, di come possa influenzarci. In un certo
senso, è legato alla scienza, che è una parte molto importante della nostra vita. La nostra conoscenza può aiutarci a raggiungere i nostri obiettivi. Ma il Cubo è anche molto vicino all'arte, che è emotiva. Non è fredda come la scienza, ci fa provare qualcosa. Inoltre, il Cubo è un'esperienza astratta e sensoriale insieme: il contatto è importante, ci fa sentire vivi. Quando ce l'abbiamo tra le mani usiamo insieme la percezione visiva, ne sentiamo la temperatura e l'esperienza del tocco».
(...)

14 October 2024

 Pi greco "omicida"

In che modo la posizione di problemi oscuri potrebbe aiutare ad affinare le capacità di risoluzione dei problemi e di congettura degli studenti in un'epoca di divisione e polarizzazione, in particolare con il populismo e il sovranismo come strumenti politici preferiti tra politici spesso corrotti e semi-inetti, in molte parti del mondo "civilizzato"?














29 August 2024

 La normalizzazione della scuola...


Da Il Manifesto - 28/08/24

(...)
Il silenzio con cui da qualche anno la scuola dell’autonomia, immersa in un’eterna riforma, accoglie cose che le sottraggono territori di sua esclusiva competenza, dovrebbe stupirci.
Oggi la scuola appare sempre più sacrificata a luogo di contenimento del disagio e dei corpi, sempre più orientata a disciplinare piuttosto che a educare e le reazioni sono episodiche e spesso isolate, o vengono talora solo dalla platea degli studenti.
(…) Appare emblematico l’affastellarsi di riforme sulla valutazione, con il sovrapporsi anche qui di due culture, drammaticamente in conflitto tra loro: quella che enfatizza il ruolo del voto (numerico e di condotta) per classificare, premiare e punire, ovvero l’idea di una scuola-tribunale, e quella che viceversa vuole investire sul valore formativo e processuale del momento valutativo, che spesso viene messa alla berlina dai fautori del cosiddetto (finto) merito.
Riguardo al noto passaggio sulla valutazione della condotta, il disegno si apre con una integrazione alla norma vigente, che comporta che con il 5 in condotta non si è ammessi alla classe successiva. Perché ci sembrava di saperlo già? Forse perché nella scuola italiana il 5 in condotta viene da sempre (storicamente) assegnato in caso di gravissime violazioni comportamentali e queste ultime si correlano, nelle norme vigenti, all’allontanamento dalla comunità scolastica, che è e resta sempre l’extrema ratio in un contesto educativo. Ma già la circolare 3602/2008 del Miur, all’avvento dell’era Gelmini, nell’esplicitare le ragioni delle modifiche apportate allo Statuto degli studenti enfatizzava, come l’attuale compagine di governo, «la funzione educativa della sanzione disciplinare», per rafforzare «la possibilità di recupero dello studente attraverso attività di natura sociale, culturale ed in generale a vantaggio della comunità scolastica».
Quasi le stesse parole, di certo la stessa matrice culturale: la definirei demagogica, e non pedagogica. In altre parole, torna a distanza di 15 anni l’idea che la sanzione del comportamento fino alla bocciatura sia una soluzione per i mali della società e che la scuola sia ospedale per i sani, non per i malati: cosa che sappiamo bene non essere vera, senza investimento sulle comunità.
(...)
E così, il nuovo testo si ripropone di intervenire in modo centralistico nelle competenze degli organi collegiali: questo sia quando introduce modifiche per la valutazione nella scuola del I ciclo, sia quando, per la secondaria di II grado, ridefinisce i criteri con cui attribuire il punteggio più alto nell’ambito della fascia di attribuzione del credito scolastico correlandolo, in forma di automatismo, con il voto in condotta.
Forse è complicato provare a spiegare a un pubblico generalista quel che bene sanno i docenti quali addetti ai lavori: in una valutazione davvero formativa i voti finali, quelli sulla cui media si assegna la fascia del credito, non dovrebbero nascere dalle medie dei voti alle prestazioni degli studenti, ma sempre da una considerazione per così dire «olistica» del soggetto che apprende. L’enfasi sull’automatismo tra oscillazioni del credito scolastico e il 10 in condotta appare più che altro come un tentativo di condizionamento imposto dall’alto dei criteri di valutazione della comunità scolastica, cosa piuttosto inquietante.

Una versione più lunga di questo intervento è pubblicata nell’ebook Verso una svolta autoritaria? L’Italia e l’Europa tra neoliberismo e restrizione della democrazia scaricabile da oggi gratuitamente sul sito del Forum Disuguaglianze e Diversità e su quello di Volere La Luna.

08 June 2024

A proposito di IA e degli ultimi aggiornamenti… 

Orgosolo 2023

Benjamin Labatut ci ricorda nel suo libro “MANIAC” quale è il peccato originale!

Riporto un estratto

…Jimmy lo mise in chiaro fin da subito. Eravamo lì per costruire la macchina che Turing aveva sognato nel suo articolo del 1937 On Computable Number, with an Application to the Entscheaiungspmblem. Che descrive un calcolatore universale, o « macchina di Turing ». E quella macchina può - in linea di principio - risolvere qualunque problema matematico che le venga presentato in forma simbolica. In qualche modo quel bastardo di un inglese era riuscito a replicare gli stati interni della mente e le capacità di manipolazione simbolica della nostra specie, ma su Carta. Un vero colpo di genio. Il problema è che la macchina di Turing è incredibilmente astratta. Una « testa ›› che legge un nastro di carta infinito. Non una cosa che si possa immaginare come una vera tecnologia. Eppure noi riuscimmo a trasformarla in un calcolatore funzionante e totalmente programmabile. E da lì fu un'esplosione.

L'ENIAC? Un calcolatore fin troppo incensato, se paragonato al nostro. Un carillon che poteva suonare una sola melodia. Se volevi qualcosa di nuovo dovevi fisicamente ricablare tutto. Migliaia di cavi da collegare a mano. Quindi ore, giorni, per qualunque cambiamento nella programmazione. Noi invece costruimmo uno strumento musicale. Un pianoforte a coda. Con la nostra macchina bastava introdurre nuove istruzioni. Cambiare il software senza toccare l'hardware. Ed era anche venti volte più veloce. Con una memoria ad accesso casuale - una RAM. Johnny concepì l`architettura. Il modello logico. Lo stesso che avete sul vostro computer. Non è cambiato di un bit. Meravigliosamente semplice. Solo cinque parti. Meccanismi di input e output e tre unità: una per la memoria, una per la logica e l'aritmetica, e l'unità di controllo - la CPU. Semplicissimo davvero. Ma riuscire a farlo funzionare fu un inferno. Era il 1951. Quindi dovevamo usare residuati bellici e valvole termoioniche che si rompevano senza preavviso. D'estate la stanza si scaldava così tanto che il catrame gocciolava sulla macchina. Mesi di lavoro che andavano in fumo in un istante. E la memoria era incredibilmente fragile. Bastava qualcuno con indosso un maglione di lana perché tutto si cancellasse. O che passasse un’auto o un aereo. Una volta ci entrò dentro un topolino. Morse dei cavi e si incenerì. La macchina la salvammo, ma l'odore non andò più via. Continuò a puzzare di carne carbonizzata, peli strinati e baffi bruciati.

(…)

Quando fai un solitario non hai bisogno di pensare, no? Non devi compiere alcuna scelta, è una cosa quasi del tutto automatica, e tuttavia lui comincia ad accorgersi di uno schema ricorrente - capisce di poter prevedere con un certo grado di accuratezza l'esito della mano dopo appena qualche carta. Allora lo analizza e se ne esce col metodo Monte Carlo, che è essenzialmente un metodo computazionale, un modo per fare  previsioni statistiche e risolvere problemi complessi senza affrontarli davvero, ma attraverso una serie di approssimazioni. Poniamo che tu Voglia conoscere le probabilità  di vincere una mano di solitario con una particolare disposizione delle carte: normalmente dovresti metterti a fare calcoli, guardare al problema in modo astratto, invece  col Monte Carlo giochi un grandissimo numero di mani - diciamo mille - e in base al loro risultato puoi semplicemente osservare e contare il numero di mani vincenti, e  da quell'informazione inferire la risposta che ti serve. Il Monte Carlo è un modo di  usare la casualità come un'arma, un metodo per vagliare un’immensa quantità di dati e cercare di trarne un significato, una tecnica per fare previsioni e affrontare l’incertezza simulando i molti possibili futuri di situazioni complesse e scegliendo fra le diverse strade che si diramano da eventi aleatori. E‘ incredibilmente potente e anche un po' umiliante, perché rivela i limiti del calcolo tradizionale, del nostro modo logico e razionale di pensare per passi successivi. Venne fuori, inoltre, che era esattamente ciò che serviva al MANIAC per eseguire le vastissime simulazioni numeriche e i complessi calcoli idrodinamici necessari a confermare la fattibilità del progetto Teller-Ulam per la bomba all'idrogeno. E cosi quei dannati aggeggi presero vita all'interno dei circuiti digitali di un calcolatore prima di esplodere nel nostro mondo.

Le armi termonucleari sarebbero state quasi impossibili da realizzare se non fosse stato per il parto della mente di von Neumann. Il destino della sua macchina era legato a quelle armi fin dal suo concepimento, perchè la corsa per costruire la  bomba fu accelerata dal desiderio di Johnny di costruire il suo calcolatore, e alla spinta a costruire il MANIAC fu dato nuovo  impulso dalla corsa alle armi nucleari. E' spaventoso il modo in cui funziona la scienza. Pensateci per un secondo: la più creativa e la più distruttiva delle invenzioni umane comparvero esattamente nello stesso momento. Una grandissima parte del mondo high-tech in cui viviamo oggi, con la conquista dello spazio e gli straordinari progressi della biologia e della medicina, si deve alla monomania  di un singolo uomo e al bisogno di sviluppare i calcolatori elettronici per appurare se una bomba H potesse o meno essere costruita. Oppure pensate a Ulam. Questo matematico polacco per poco non muore, ha un piede, anzi due, nella fossa, ma dal suo scompiglio mentale viene fuori questa tecnica incredibile che apre un nuovo campo nella fisica matematica proprio al momento giusto, proprio quando la giusta tecnologia era lì in attesa. E poi il mondo prende fuoco.

MANIC: Mathematical Analyzer, Numerical Integrator And Computer.

John von Neumann, nato János Lajos Neumann (1903-1957) matematico, fisico e informatico ungherese naturalizzato statunitense. Detto Jimmy

Stanisław Marcin Ulam (1909-1984) matematico e fisico polacco naturalizzato statunitense.

Edward Teller (1908 – 2003) fisico ungherese naturalizzato statunitense.

Alan Mathison Turing (1912-1954) matematico, logico, crittografo e filosofo britannico.

Maniac, di Benjamin Labatut, Adelphi, 2023 -The Maniac, Exlibris, 2023

16 May 2024

 

IL PRINCIPIO DI PAPERT

"Alcuni fra gli stadi più cruciali dello sviluppo mentale sono basati non sulla semplice acquisizione di nuove abilità, bensì sull’acquisizione di nuovi metodi amministrativi per usare ciò che già si conosce."

 Seymour Papert, matematica e informatico, assieme ad altri, autore del linguaggio di programmazione LOGO, è citato nel libro "La società della mente" a proposito delle possibili modalità di apprendimento dei bambini, con riferimento agli studi di Piaget...

Tutto parte dalle esperienze fatte da Piaget e altri sulla percezione da parte di bambini di età diverse di situazioni descritte dall'osservazione di oggetti di questo tipo:

 Tipica risposta a 5 anni: «Ce n’è di piú nel vaso alto».
Tipica risposta a 7 anni: «È lo stesso, perché è la stessa acqua».

Seguiamo la speigazione di Marvin Minsky, l'autore del libro: "...Questi esperimenti sono stati ripetuti in molti modi e in molti paesi, e sempre con lo stesso risultato: ogni bambino normale prima o poi acquisisce un concetto adulto di quantità, e a quanto pare senza l’aiuto degli adulti! L’età in cui ciò accade può variare, ma il processo appare così universale che non si può fare a meno di supporre che esso rispecchi qualche aspetto fondamentale dello sviluppo della mente.

Consideriamo diverse spiegazioni:

QUANTITÀ: Forse i bambini più piccoli semplicemente non capiscono ancora il concetto fondamentale di quantità, cioè che il volume di liquido rimane lo stesso.

Nei prossimi paragrafi dimostrerò che non impariamo un unico e sottinteso «concetto di quantità». Ogni persona deve anzi costruirsi un’agenzia a molti livelli, che chiameremo Società-del-più, la quale scopre diverse maniere per affrontare le quantità.

ESTENSIONE: I bambini più piccoli sembrano troppo influenzati dalla maggiore estensione spaziale occupata dalle uova distanziate e dalla colonna d’acqua più alta.

Ma la soluzione non può essere tutta qui, perché anche tra gli adulti i più pensano che nel vasetto alto vi sia più acqua, se vedono solo la scena finale e non sanno da dove è stata versata l’acqua! Ecco alcune altre teorie sulle capacità valutative dei bambini più piccoli:

REVERSIBILITÀ: I bambini più grandi prestano più attenzione a ciò che credono resti costante, mentre i più piccoli si occupano più di ciò che è cambiato.

 ISOLAMENTO: I bambini più grandi sanno che la quantità d’acqua rimane la stessa, se non vi è stata alcuna perdita, sottrazione, spargimento o aggiunta.

 LOGICA: Forse i bambini più piccoli non hanno ancora imparato ad applicare i tipi di ragionamento necessari a comprendere il concetto di quantità.

Ciascuna di queste spiegazioni contiene un po’ di verità, ma nessuna tocca il nocciolo della questione. È chiaro che i bambini più grandi ne sanno di più su questi argomenti e possono fare ragionamenti di tipo più complesso. Ma è ampiamente dimostrato che anche la maggior parte dei bambini piccoli possiedono in grado sufficiente le capacità richieste. Per esempio, possiamo limitarci a descrivere l’esperimento senza compierlo o compiendolo fuori dalla vista del bambino, dietro uno schermo di cartone. Quando spiegheremo ciò che stiamo facendo, buona parte dei bambini più piccoli diranno: «Naturalmente è lo stesso».

Allora qual è la difficoltà? È evidente che i bambini più piccoli possiedono i concetti necessari, ma non sanno quando applicarli

Si potrebbe dire che fa loro difetto un’adeguata conoscenza circa le loro conoscenze, o che non hanno ancora acquisito gli equilibri necessari per scegliere o padroneggiare le loro moltitudini di agenti con diverse percezioni e priorità. Non basta saper usare molti tipi di ragionamento; si deve anche sapere quali ragionamenti usare nelle diverse circostanze! "

 

Ecco la proposizione più interessante:

"L’apprendimento è più che una mera accumulazione di capacità; per quante cose apprendiamo, c’è sempre qualcos’altro da imparare sul modo di usare ciò che è già stato appreso."

 Spunti da: Marvin Minsky, La società della mente, Adelphi 1989, ebook 2020.